“Una virgola di troppo”

virgola

 

Il volumetto intitolato Una virgola di troppo (Artisti vari, Vignate: Lampi di Stampa, Collana TiPubblica, 2015, 197 pagine) contiene 4 racconti. Dato che non c’è un’introduzione al volume (come è di consuetudine quando si tratta di una raccolta di racconti), si può solo intuire che i racconti rappresentino i frutti maturati nel “Corso di scrittura creativa Artea Associazione Culturale creato da: Salvo Borzì”  (come viene notato a p. 4, con un’ironia feroce perché in 11 parole chi ha scritto questa frase ha infranto due regole abbastanza ovvie di scrittura). Inoltre, l’ultima pagina ci informa che “Questo volume riproduce fedelmente il testo fornito dall’Autore”. Già dalla sua materialità  alla buona il libro illustra perfettamente la prassi postmoderna, dunque, che evita i professionisti della stampa e dell’editoria (correttori di bozze, curatori, ecc.), e allora si presume che il volumetto prenda corpo interamente per volontà delle 4 autrici.

Per quanto riguarda il contenuto, non c’è dubbio che i racconti stabiliscono un piacevole rapporto tra chi scrive e chi legge. Il primo racconto, scritto da Laura Spadaro, intitolato “Blue Room” (pp. 5-45), svia sapientemente le aspettative di chi, leggendo, si è fatto un’idea sulla relazione  tra due uomini, uno giovane, l’altro maturo, che si danno alcuni appuntamenti in una stanza d’albergo, prima di essere scoperti. Alla fine, la spiegazione del loro rapporto, e la descrizione delle motivazioni di ciascuno, porta a una conclusione piena di possibili sviluppi futuri. I fatti sono esposti da un narratore onnisciente che prudentemente non si schiera con nessun personaggio, ma li lascia agire liberi.

“Croccante e minuta” di Silvia Schillaci espone, in prima persona, le osservazioni dalla prospettiva di un ascensore che è ovviamente il punto privilegiato per poter narrare certi fatti che succedono dentro l’ascensore stesso o negli appartamenti quando la porta rimane aperta. Quando Olga, un’ inquilina che vive da sola,  viene trovata morta e iniziano le indagini, l’ascensore analizza il viavai e si fa delle domande sul caso. Inoltre, usa, per motivi di ironia, accenni al modo di fare americano e cinese, tutto diverso da quello italiano, e fa paragoni tra esperienze milanesi  e quelle catanesi per quanto riguarda il trasporto urbano e  il cibo.   Tra pettegolezzi e programmi TV, riparazioni e illusioni di testimoniare al tribunale, si arriva alla verità, mai aspettata, scoperta dai soliti …  Americani.

Alessia Barbagallo, nel racconto “Cammelli da Tiffany”, descrive, in prima persona, le vicissitudini di Alice, che è a capo di un’agenzia pubblicitaria il cui direttore la manda in Grecia con una collaboratrice che le riesce antipatica. Con una bella trovata da parte dell’autrice, Alice incontra Olga (del secondo racconto) che fa l’hostess in prima classe sull’aereo che porta Alice in Grecia. I guai di Alice sono dovuti soprattutto alla sua ossessione di “parlare al cervello”, cioè, di evitare di fare attenzione agli avvenimenti che la circondano e dunque perdersi nelle proprie fantasticherie.  Salvo che alla fine, il caso le offre di vivere veramente una fantasia mai prevista, dopo aver cambiato l’opinione sulla collaboratrice e sul proprio modo di vivere.

“Incontri” di Simona Ilea Vignani, scritto in prima persona, narra il groviglio di relazioni tra Ambra, la protagonista, e Luca, il suo ex e il suo primo e grande amore, tra Ambra e Paolo, il suo compagno attuale, e Ambra e Valeria, l’amante presunta di Luca. Queste due ultime s’ incontrano in un corso di cake design. Dopo un’antipatia iniziale che Ambra abbandona quando scopre e capisce esattamente come sono andate le cose tra Luca e Valeria, tra le due si instaurano solidarietà e amicizia.

Chiudono il volume le fotografie delle autrici accompagnate da brevissimi cenni biografici.

E` sempre difficile fare recensioni soddisfacenti di racconti, dato che si devono tralasciare, nelle descrizioni, tanti personaggi, e tanti fatti; inoltre, non volendo svelare le sorprese insite nei racconti, si devono sopprimere molti elementi. In conclusione,  ci sono alcuni fili narrativi che accomunano i quattro racconti. Prima di tutto, il seme dell’idea (come lo chiamava Henry James) è formato dalla nozione “sorpresa”: ma questa sorpresa ha un effetto su chi legge in modi diversi.  Il primo e l’ultimo racconto giocherellano con le presupposizioni del lettore, il secondo e il terzo con le possibilità di fargli sospendere il giudizio. I due ultimi racconti hanno come protagoniste donne giovani che nascondono le proprie insicurezze dietro una simulazione di lavoratrici forti e indomite, tuttavia bisognose di avere al proprio fianco un uomo che le fa sentire amate e sicure. Tutt’e quattro i racconti si concludono in maniera positiva, facendo sì che i cambiamenti nei rapporti tra i personaggi risolvano i problemi individuali nella migliore maniera possibile.

Nelle narrazioni sono lampanti la voglia e lo slancio di scrivere che dimostrano la freschezza e la sincerità delle sensibilità autoriali. Ci si augura che le autrici continuino a scrivere, soprattutto per lanciarsi oltre la soglia di comodità in modo da poter creare personaggi che sono meno avviluppati nel loro mondo circoscritto da apprensioni solo private. Continuare a scrivere però non significa continuare a pubblicare tutto quello che viene scritto, perché altrimenti si rimane con il pericolo di appartenere a quello che Neil Barron chiama  “undistinguished fiction” (Anatomy of Wonder, xiii).

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