Lingua, estetica, soglia

Il quarantunesimo volumetto della collana Superfluo Indispensabile, intitolato Lingua
Estetica della soglia
di Valeria Cantoni Mamiani (FEFÈ editore, 2021) fa
esattamente quello che un libro avvincente deve fare: offrire delle idee affinché
ogni lettore possa costruirsi una particolare mappa dell’argomento. La lingua
viene presentata mediante i due significati in italiano: 1) il sistema verbale
di comunicazione e 2) l’organo anatomico. Nell’Introduzione viene spiegato che
la trattazione è composta di spezzoni autobiografici, di letture, di intuizioni, il tutto senza ambizioni scientifiche. L’autrice insiste sull’importanza della meraviglia, “della partecipazione stupita al gioco
del cosmo e della vita”.

Basta elencare qui i titoli dei capitoli perché il lettore possa farsi l’idea della complessità
dell’argomentazione dell’autrice:

I. L’organo ambiguo

2. La lingua che scarta

3. In viaggio con la lingua

4. Lingua e seduzione

5. È tutta questione di gusto.

Lo stile della scrittura va spesso per elenchi i cui particolari sono poi trattati separatamente.
Per es., “Gioia, piacere, dolore, seduzione, articolazione, relazione,
conflitto, comprensione, la lingua è tuttoquesto e molto di più.” (p.18) Inoltre, l’autrice prende in
esame alcuni casi molto specifici di personaggi il cui apporto alle discussioni
approfondite sulla lingua è innegabile: Elias Canetti, Noam Chomsky, Hanna Arendt,
Paul Celan, Primo Levi, Umberto Galimberti, Ferdinand de Saussure, Roland
Barthes, Demostene, Cicerone, Platone, Agota Kristoff, e altri.

Valeria Cantoni Mamiani non ha paura di avanzare giudizi che esprimono la sua prospettiva. In
particolare, l’ancora di tutto il trattamento sulla lingua è quella della situazione
europea e italiana, contraria a quella della  “cultura statunitense omologata e omologante”,
soprattutto per quanto riguarda i dialetti. Ma non solo. Secondo l’autrice, il
linguaggio sui social è “uniformato, sincopato, poverissimo, semplicistico”.
Purtroppo, la situazione si presenta in realtà, come sempre, molto più  complessa di quanto non appaia a prima vista (lingua scritta, parlata, trasmessa, ecc.). Si corre il rischio di ripetere le
stesse solite formule. Dire che il dialetto esprime il sentimento e la lingua esprime il concetto (con buona pace di  Camilleri e di Pirandello) è semplicemente continuare a sopprimere le possibilità che il dialetto contiene, come ogni lingua, per esprimere tutte le funzioni comunicative. E dunque si continua a svalutare il dialetto.  

Sebbene le posizioni di una persona come Valeria Cantoni Mamiani la cui formazione è
orientata all’ermeneutica e non alla linguistica (p. 44) siano interessanti, queste sfociano nelle spiegazioni poco approfondite di fenomeni a cui la linguistica offre chiarimenti ormai accettati dagli specialisti e, in questo caso, anche dagli insegnanti delle lingue seconde. La vita creativa di Agota Kristoff che non si è ambientata nella cultura e nella lingua francese e che continua a soffrire
quando non scrive nella sua lingua materna illustra la situazione di moltissime
persone che si trovano a dover a che fare con una lingua che non è la loro. Il suo è un caso spiegabilissimo con l’uso del concetto di “affective filter”, i.e. di una difficoltà di apprendimento di una lingua straniera dovuta a un ostacolo psicologico di non volersi avvicinare alla nuova lingua. Ora, una cosa è non sapere la lingua in un modo che permetta la produzione del lavoro letterario
soddisfacente (per chi lo crea), un’altra cosa è la situazione in cui la
persona continua a voler creare letteratura nella seconda lingua nonostante non
si senta a suo agio in quella lingua. Dire che “La seconda lingua è la lingua
del logos, privo di inconscio, perché non è la lingua dei sogni e neppure dell’immaginario…la
si domina, freddamente, a distanza” (p. 92) vuol dire chiudere la via a altre possibilità
di conoscere la seconda lingua e in effetti, di conoscersi.

L’ argomento più scottante ma anche più difficile da sbrogliare è quello della responsabilità della
classe intellettuale. L’autrice si chiede infatti dove sono oggi gli intellettuali, dove sono finiti i filosofi, i giuristi in grado di difendere i principi fondanti della liberta`? Chi sono i nuovi intellettuali? (p.29) Se, da un lato, esiste una lingua inaridita “in un fraseggio funzionale a essere adatto ai social”, dall’altro, l’autrice chiama “alla responsabilità nell’uso delle parole, per lo meno della nostra
lingua, l’italiano, lingua vivissima, ricchissima, composta da strati di tante culture, proprio come la nostra cucina, lingua aperta ad accogliere nuovi pensieri e nuove parole, a stare nella complessità e a leggerla”. Ma a quale lingua si contrappone la lingua “semplicistica” e “inaridita”? L’autrice da`
una risposta  interessante, ma poco adatta all’appoggio dell’italiano più “complesso”:

“Mi sento responsabile per quello che dico o per quello che gli altri comprendono? Questa domanda porta con se’ la consapevolezza del senso primariamente sociale e relazionale della
lingua. E va assunta, senza menzogne.” (p. 30) Per qualcuno che guarda la situazione linguistica e  culturale italiana dal di fuori, è difficile giudicare “quale” versione della lingua italiana è
quella che risponde alla necessità di complessità. La cultura letteraria rinascimentale e illuministica offre esempi di scrittori italiani che oggi sono letti poco perché “difficili” (Pietro Bembo, che scrive per i posteri; Giambattista Vico che offre una Scienza Nuova). Ma la cultura letteraria
è stata soppiantata dalla cultura multimediale (non solo in Italia) in cui la lingua gioca un ruolo minore, se non minimo. La svalutazione del modo di comunicazione verbale fa sì che altri modi di comunicazione occupino il terreno che prima è stato il campo preferito della lingua. A chi spetta lo sforzo di far riacquistare alla lingua almeno parte di quel terreno? Una risposta punta
sui libri, non troppo difficili, ne’  troppo facili, di argomenti svariatissimi trattati a modo: ma solo se è vero che la gente legge. Allora in quel caso si spera che tantissimi prendano in mano e leggano questo volumetto affascinante. Affascinante, ma arduo da recensire, perché, secondo l’autrice, “Nulla di ortodosso, tassonomico e scientifico in queste pagine per chi si aspettasse un trattato filosofico, letterario, gastronomico, artistico, psicologico. Nulla di tutto questo nello specifico, ma tutto questo preso nel suo insieme.” (p. 5-6)    

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